Commemorazione di 26 partigiani

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Il 29 maggio del 1944, 26 partigiani (di cui 13 di Feletto U.) furono impiccati a Premariacco e San Giovanni al Natisone. Quest’anno ho avuto l’onore dell’orazione ufficiale ed invece di esprimere il pensiero di un sindaco, nato e vissuto in tempo di pace, ho cercato di trasmettere (a modo mio) il pensiero di uno o più di quei 26 uomini.

“Cari cittadini, mi chiamo Angelo (Del Degan 18), ma anche Ezio (Baldassi, San Giovanni 16), o forse Bruno (Clocchiatti, Corno 17) e noi non ci siamo mai conosciuti e non potrebbe essere altrimenti considerato che quando voi avete festeggiato nelle piazze e nelle vostre case la Liberazione dal nazifascismo noi eravamo morti da tempo.

Abitavo a Feletto, ma anche a San Giovanni al Natisone e a Corno di Rosazzo e sono uno di quelli che, a malincuore, si è trovato giovane con una guerra dentro casa e con tristezza e speranza ho dovuto affrontarla conoscendo i rischi ma anche i doveri di un cittadino amante della libertà.

L’ho fatto per me e per le mie idee, per la mia famiglia e per il mio Paese.

Altri l’hanno fatto per ragioni diverse ma alla fine ci siamo trovati fianco a fianco. Altri ancora hanno scelto la parte sbagliata. Nemmeno loro, come me, ce l’hanno fatta e se oggi non ci dispiace che li commemoriate, non dimenticatevi mai che la loro era la parte sbagliata.

Ora, a distanza di tanti anni, sappiamo com’è andata a finire e oggi sarete con le vostre comunità a ricordare me e tutti quelli come me che hanno imbracciato le armi perché c’era una vita da difendere ed una libertà da riconquistare.

Io e i miei amici e compagni abbiamo pagato con la vita una guerra ed un’occupazione brutale ed efferata ed alla fine siamo morti per una rappresaglia disumana.

26 di noi per vendicare 3 soldati tedeschi uccisi qualche giorno prima. Qualcuno potrebbe dire che questa è la guerra e forse è proprio vero. I partigiani in quel periodo erano rintanati sul Collio e talvolta riuscivano a colpire gli occupanti nazifascisti con azioni rapide ed incisive.

Così infatti successe il 17 maggio 1944 a San Giovanni al Natisone e 8 giorni dopo sulla corriera Udine-Cividale in sosta qui a Premariacco.

Noi, nelle settimane precedenti avevamo vissuto l’orrore del carcere e quando la mattina del 29 maggio fummo prelevati e caricati su un camion rosso era lontano il pensiero di ciò che sarebbe accaduto.

Scortati da un secondo mezzo pieno di SS armate ci dirigemmo verso Cividale; eravamo certamente prigionieri, ma ignari del motivo del nostro viaggio. Non potevamo immaginare che proprio qui a Premariacco e poco lontano a San Giovanni al Natisone stessero costruendo il patibolo su cui noi saremmo morti, ed i nostri ideali e le nostre speranze di giovani e meno giovani si sarebbero definitivamente dissolti.

Avevamo 18, 16 ed anche 17 anni e la nostra vita la immaginavamo con il sorriso: una guerra finita, la pace, il rientro in famiglia, l’amore, il lavoro, i viaggi, la vecchiaia. Tutto ciò che desidererebbe una persona normale.

Invece quella guerra, l’occupazione, il nazifascismo, la privazione della libertà, le violenze, le uccisioni, quel patibolo, il “trattamento speciale” (così lo chiamavano i tedeschi) si portarono via i nostri sogni.

Quella mattina qualcuno tentò di far cambiare idea ai nostri aguzzini ma il nostro destino stava nella parole dell’interprete: “Sono già confessati al diavolo”.

Ci legarono le mani dietro la schiena, ci fecero salire su una panca che un attimo dopo tolsero togliendoci la vita e tutto ciò che essa rappresentava.

Fu un attimo, sufficiente soltanto per alcuni di noi, a gridare “Viva l’Italia libera”.

Fummo lasciati lì a penzolare fino a sera perché la gente doveva vedere. Così funzionava il terrore nei confronti del popolo. Vedere quei corpi appesi doveva servire da lezione e doveva far capire che il nazifascismo non tollerava opinioni diverse e tantomeno chi avesse cercato di incrinare quel modello che a loro sembrava ideale e perfetto.

Ma ideale e perfetto non lo era e noi lo sapevamo. Era basato su valori totalmente lontani dai nostri, sul sopruso, sulla prevaricazione, sul terrore, su supposte supremazie di alcuni su altri.

I mesi successivi devono essere stati durissimi, pieni di scontri e perdite di ulteriori vite umane, ma sappiamo che il coraggio, la forza, l’ostinazione di tanti partigiani e di tanti semplici cittadini ha contribuito a distruggere quel “mostro” e a riportare la pace e la libertà nei nostri paesi e nelle nostre comunità.

Io e miei compagni non ci siamo più ed ora non mi resta che pensare di vivere i miei “vorrei” attraverso ciascuno di voi.

Vorrei che noi non fossimo soltanto dei nomi incisi su una parete o su una lapide e che non vi sentiste costretti a pensare a noi solo perché una ricorrenza ve lo chiede.

Vorrei che non vi dimenticaste mai di tenere vivi i valori ed i princìpi per cui noi abbiamo lottato, sofferto, trascorso del tempo in carcere, sapendo in cuor nostro che forse non ce l’avremmo fatta.

Vorrei imparaste dagli eventi della storia perché troppo spesso questi si ripetono, a volte anche in maniera più tragica.

Vorrei parlaste alle nuove generazioni per spiegargli che il seme della giustizia e della pace va coltivato con pazienza e tenacia e vorrei che comprendessero, che al contrario di noi, hanno una vita davanti e potranno dare tanto quanto abbiamo dato noi. Parlate loro e fate in modo che le loro scuole diventino un luogo di cultura e solidarietà perché la solidarietà è stata la salvezza di molti di quelli che invece la festa della Liberazione l’hanno vissuta da vivi.

Vorrei che i giovani leggessero perché tra qualche anno un grande poeta friulano, Pier Paolo Pasolini, dirà “Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.”

Vorrei che capiste di essere fortunati; noi sognavamo la pace e oggi qualcun altro ne beneficia, ma anche grazie a noi; però non datela mai per scontata.

Vorrei che aveste coraggio nelle scelte che farete, perché è giusto difendere ciò che noi e quelli dopo di noi hanno conquistato, ma la vita corre e dovrete lottare per renderla migliore per voi e per le generazioni che verranno.

Vorrei che faceste vostri princìpi quali il rispetto e la tolleranza perché in quegli anni il rispetto e la tolleranza non erano visti di buon occhio. Ma ciascuno di voi deve operare affinchè la propria comunità sia coesa e pacifica e per fare ciò dovrete basarvi su tutti quei princìpi che ogni dittatura nega e vìola.

Vorrei che poteste fare tutte quelle cose per cui noi abbiamo lottato ma che l’assurdità della guerra ci ha impedito di beneficiare.

Vorrei che non vi dimenticaste mai di noi ma soprattutto di tutto ciò che rappresentiamo.

Viva l’Italia, viva la Resistenza.”

Vai a: “E’ successo (testi e foto) 2018”

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